Disturbi dell'infanzia e dell'adolescenza

Il disturbo di alimentazione, che può manifestarsi in momenti diversi dell’infanzia, si può definire come la difficoltà del bambino a stabilire patterns regolari di alimentazione con un’adeguata immissione di cibo e a regolare la propria alimentazione con gli stati fisiologici di fame e sazietà. 

Oggi, viene anche definito come un disturbo di relazione: infatti, le difficoltà che la diade caregiver-bambino incontrano al momento del pasto possono essere dovute a vari fattori, come la mancanza di una buona intesa tra genitore e bambino, le difficoltà dei genitori nel sostenere lo sviluppo dell’autonomia del bambino attraverso la regolamentazione dell’assunzione di cibo, l’eccessivo controllo da parte dei genitori, la carente conoscenza delle dinamiche alimentari, il temperamento impegnativo del bambino che può opporsi a mangiare la quantità di cibo attesa dai genitori.

La definizione e la diagnosi di un disturbo alimentare nei bambini rimangono in molti casi problematiche. I criteri diagnostici sono in costante stato di revisione e i sistemi di classificazione che trattano l’argomento sono vari.

Proponiamo qui la classificazione concettualizzata da Irene Chatoor, una dei massimi esperti nel campo.

Indice

Criteri diagnostici per anoressia infantile

  • Rifiuto di mangiare adeguate quantità di cibo per almeno un mese.
  • Insorgenza del rifiuto del cibo si verifica spesso durante il passaggio dall’alimentazione materna all’auto-alimentazione, tipicamente tra i 6 mesi ei 3 anni di età.
  • Non comunica la fame, manca di interesse per il cibo, ma mostra interesse per l’esplorazione e/o l’interazione tra i caregiver.
  • Mostra significativi segnali di rallentamento della crescita.
  • Il rifiuto del cibo non ha seguito un evento traumatico.
  • Il rifiuto del cibo non è dovuto ad una sottostante malattia medica.

Criteri diagnostici per avversione sensoriale al cibo

  • Rifiuto persistente di mangiare determinati alimenti con particolari gusti, consistenza, odori, temperatura e/o per come si presenta per almeno 1 mese.
  • Insorgenza del rifiuto del cibo durante l’introduzione di un diverso tipo di cibo (per esempio, può bere un tipo di latte ma rifiutarne un altro, può mangiare le carote ma rifiuta i fagiolini; può mangiare alimenti croccanti, ma rifiutare il cibo frullato).
  • Le reazioni avversive dei bambini possono variare da una smorfia a conati di vomito, vomito o sputare il cibo.
  •  Dopo una reazione di avversione, i bambini di solito si rifiutano di continuare a mangiare quel cibo particolare e frequentemente generalizzano e rifiutano di mangiare altri cibi con aspetto, colore e odore simili.
  • Sono riluttanti a mangiare nuovi cibi ma mangiano volentieri i loro cibi preferiti.
  • Senza integrazioni, mostrano specifiche carenze nutrizionali (per esempio, proteine, vitamine, zinco, ferro), ma generalmente non mostrano ritardi nella crescita e possono essere sovrappeso.
  • Devono avere specifiche carenze nello sviluppo orale-motorio e nel linguaggio parlato.
  • Durante i primi anni di scuola possono mostrare ansia a scuola riguardo ai cibi ed evitano situazioni sociali che comportano il mangiare.
  • Possono avere altre difficoltà sensoriali (tatto, udito, vista).
  • Il rifiuto non è correlato ad allergie alimentari o ad altre condizioni mediche.

Criteri diagnostici del disturbo di alimentazione post-traumatico

  • Caratterizzato da un esordio acuto di un consistente rifiuto del cibo.
  • Il rifiuto del cibo segue un evento traumatico o ripetuti episodi traumatici all’orofaringe o tratto gastrointestinale (per esempio, soffocamento, vomito, inserimento di tubi nasogastrico o endotracheale, aspirazione) che attivano disagio intenso nel bambino.
  • Il rifiuto costante di mangiare si manifesta in uno dei seguenti modi:
  • Rifiuta di bere dal biberon, ma può accettare il cibo offerto al cucchiaio (anche se rifiuta sempre di bere dal biberon quando sveglio vi può bere quando ha sonno o addormentato), o
  • Rifiuta il cibo solido, ma accetta il biberon, o
  • Rifiuta tutta l’alimentazione orale.
  • Il ricordo dell’evento traumatico causa disagio, come manifestato da uno o più dei seguenti elementi:
  • Può mostrare angoscia anticipatoria quando preparato per l’alimentazione;
  • Mostra intensa resistenza quando ci si avvicina con il biberon o il cibo, e/o
  • Mostra intensa resistenza a deglutire il cibo che ha nella bocca.
  • Il rifiuto del cibo rappresenta una minaccia acuta o a lungo termine alla nutrizione del bambino, alla salute, alla crescita.

Diagnosi e trattamento dei disturbi alimentari dell’infanzia richiedono necessariamente un team interdisciplinare di professionisti: nutrizionista, gastroenterologo, psicologo, neuropsichiatra infantile, pediatra, al fine di una globale valutazione del bambino.

Trattamenti e interventi basati sulle teorie di condizionamento operante Terapia cognitivo-comportamentale sono stati segnalati per essere efficaci nella gestione dei disturbi di alimentazione I bambini che hanno serie difficoltà a mangiare possono, quindi, beneficiare di programmi di modifica del comportamento. Questi interventi puntano ad aumentare la frequenza di comportamenti adattivi e diminuire la frequenza dei comportamenti disadattivi (ad esempio spingere via il cibo).

Il trattamento prevede, inoltre, una fase di psicoeducazione per i genitori, nella quale vengono insegnate strategie di gestione del momento del pasto, da un punto di vista pratico.

Fondamentale importanza ha la gestione della relazione genitore-bambino durante il pasto e non; questa viene monitorata nell’ambiente quotidiano, e se necessario sostenuta e modificata sotto la supervisione del clinico.

Disturbo da deficit di attenzione e iperattività

Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD, acronimo in inglese di “Attention Deficit/Hyperactivity Disorder”) è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo caratterizzato da disattenzione e impulsività/iperattività, presenti in proporzione variabile.

I bambini che presentano questo problema fanno molta fatica a mantenere l’attenzione e a concentrarsi, hanno la tendenza ad agire senza pensare a quello che stanno facendo, hanno delle difficoltà a modificare il loro comportamento sulla base dei loro errori e non riescono a svolgere attività tranquille per lunghi periodi di tempo.

Questi problemi derivano dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente.

E’ importante sapere che l’ADHD non è una normale fase di crescita che ogni bambino deve superare, non è nemmeno il risultato di una disciplina educativa inefficace, né tanto meno un problema dovuto alla «cattiveria» del bambino.

L’ADHD è un vero disturbo, per l’individuo stesso, per la famiglia e per la scuola, e spesso rappresenta un ostacolo nel conseguimento degli obiettivi personali. E’ un problema che genera sconforto e stress nei genitori e negli insegnanti i quali si trovano impreparati nella gestione del comportamento del bambino.

Principali caratteristiche del problema:

 

Disattenzione:

  • mostra un’evidente difficoltà a rimanere attento o a lavorare su uno stesso compito per un periodo di tempo sufficientemente prolungato;
  • il problema risulta maggiormente evidente nel mantenimento dell’attenzione (attenzione     sostenuta), soprattutto durante attività ripetitive o noiose;
  • sono presenti frequenti passaggi da un gioco ad un altro, senza completarne alcuno;
  • a scuola si manifestano evidenti difficoltà nel prestare attenzione ai dettagli (attenzione focale): fa banali “errori di distrazione”, e i lavori sono incompleti e disordinati;
  • sembra che non ascolti o che abbia la testa da un’altra parte quando gli si parla direttamente;
  • fa fatica a gestire il proprio materiale scolastico: è estremamente disordinato e perde frequentemente gli oggetti;
  • viene facilmente distratto da suoni o da altri stimoli irrilevanti in quel momento;
  • mostra ridotte capacità esecutive di organizzazione e pianificazione (compiti scolastici, attività quotidiane, gioco);
  • evita o è riluttante a impegnarsi in compiti che richiedono di sostenere uno sforzo cognitivo protratto (il momento dei compiti diventa molto frustrante per bambino e genitori);
  • frequentemente non porta a termine attività iniziate.

Malgrado queste osservazioni, le ricerche sono concordi nell’affermare che i bambini con ADHD non sono più distraibili di altri. Sembra, infatti, che le problematiche attentive diventino evidenti in particolare quando il compito da svolgere non risulta attraente e motivante per il bambino.

 

Impulsività:

  • ha difficoltà a dilazionare una risposta, ad inibire un comportamento inappropriato, ad attendere una gratificazione;
  • risponde troppo velocemente;
  • interrompe frequentemente gli altri quando stanno parlando e si comporta in modo invadente verso gli altri (irrompe nei giochi e nelle conversazioni degli altri);
  • non riesce a stare in fila e attendere il proprio turno;
  • intraprende azioni pericolose senza considerare le possibili conseguenze negative.

Secondo alcuni autori l’impulsività è la caratteristica distintiva dell’ADHD, che rimane abbastanza stabile durante lo sviluppo (sebbene conosca diverse forme a seconda dell’età) ed è presente anche negli adulti con ADHD.

 

Iperattività:

  • mostra un eccessivo livello di attività motoria o vocale;
  • o manifesta continua agitazione, difficoltà a rimanere seduto e fermo al proprio posto: se   rimane seduto si agita sulla seggiola, muovendo mani, gambe, tamburella con le dita;
  • molto spesso i movimenti di tutte le parti del corpo (gambe, braccia e tronco) non sono armonicamente diretti al raggiungimento di uno scopo (movimento afinalistico);
  • o spesso parla eccessivamente;
  • o ha difficoltà a giocare ed impegnarsi in attività tranquille in modo quieto.

 

Ancora sembrano non esserci cause chiare e definite; tuttavia, sono emerse argomentazioni convincenti a favore dell’ipotesi che l’ADHD sia un problema di natura prevalentemente neurobiologica. I dati sembrano confermare il ruolo di fattori genetici generalmente in linea maschile. 

L’ipotesi maggiormente accreditata sottolinea una disfunzione neurologica: le ridotte quantità di neurotrasmettitori cerebrali rallenterebbero la trasmissione dei messaggi intercellulari.

La maggior parte delle ricerche scientifiche che indagano le cause riguardano la genetica: le ragioni derivano da una serie di interessati risultati ottenuti su familiari di bambini con ADHD e dalla genetica molecolare. Infatti, il 57% dei genitori di bambini con ADHD presenta lo stesso disturbo. Sembra pertanto plausibile ipotizzare che l’insorgenza del disturbo sia da attribuire, per la maggior parte, a fattori ereditari.

D’altro canto, la gravità, l’evoluzione e la prognosi dei sintomi dipendono da fattori legati all’educazione e all’ambiente sociale in cui si trova inserito il bambino: nello specifico, un ruolo rilevante sembrano averlo una serie di variabili sociali come status educativo/occupazionale della famiglia, clima familiare, regime alimentare, caratteristiche interpersonali familiari, fattori di natura biologica non ereditari (modificazioni fisiologiche verificatesi dopo la nascita del bambino) e caratteristiche dell’interazione genitore-bambino.

 

Trattamento

Nonostante una vasta letteratura scientifica sostenga l’efficacia dell’intervento farmacologico con stimolanti per il trattamento di bambini con ADHD, si sente la necessità di individuare interventi di tipo psicosociale che risultino di chiara efficacia.

Ad oggi esistono evidenze sperimentali che sottolineano l’utilità degli interventi di tipo cognitivo-comportamentale ed in particolare del Parent Training (intervento con i genitori) e dell’intervento comportamentale in classe, entrambi classificati “trattamenti empiricamente validati”. 

Da quanto emerge dalla letteratura scientifica, infatti, il trattamento di maggior efficacia è quello multimodale, cioè un trattamento che implica il coinvolgimento di scuola, famiglia e bambino stesso, oltre, se risulta necessario, ad un intervento di tipo farmacologico.

Questo tipo di intervento combina l’insegnamento di strategie cognitive, per esempio le tappe del problem-solving e l’automonitoraggio, con tecniche di modificazione del comportamento, come, ad esempio, la gestione di rinforzi e conseguenze negative.

L’approccio è caratterizzato da una dettagliata valutazione delle risposte problematiche e delle condizioni ambientali che le elicitano e mantengono, delle strategie per produrre un cambiamento nell’ambiente circostante e quindi nel comportamento dei genitori; alla fine dell’intervento viene fatta una valutazione dell’efficacia del trattamento. 

Durante un trattamento di tipo comportamentale, sia le contingenze ambientale positive, sia quelle negative che incrementano o decrementano la frequenza di alcuni comportamenti sono identificate e quindi modificate nel tentativo di far diminuire i comportamenti “problema” e far aumentare quelli di tipo adattivo.

 

 

Fobia scolastica

La Scuola è un’istituzione che rappresenta uno degli ambienti di vita dei ragazzi che contribuiscono al determinarsi della loro personalità, in termini di sicurezza, autonomia, autostima ecc, grazie alle esperienze legate ai rapporti con i coetanei, con gli insegnanti e con i risultati scolastici. 

Si intuisce quindi che si tratta di un luogo molto importante che può generare in molte occasioni soddisfazioni e in molte altre delusioni, una vera e propria palestra di vita necessaria alla crescita dei nostri figli. A volte le delusioni possono essere così significative da provocare nei ragazzi difficoltà che si muovono lungo un continuum che va dal semplice disagio ad andare a scuola per un’interrogazione ad un vero e proprio rifiuto scolare compromettente dal punto di vista del funzionamento generale e sociale del bambino.

Il rifiuto scolare indica una condizione emotiva che ha un’identità ben chiara: si tratta del disagio, provocato da ansia e/o timore eccessivi, che coglie il soggetto nel momento di andare a scuola e/o durante le ore scolastiche e si caratterizza per i seguenti comportamenti problematici e sintomi psicosomatici:

  • elevata reazione di ansia quando il bambino esce da casa, arriva davanti alla scuola, o entra in classe, fino a veri e propri sintomi da panico;
  • manifestazione di una serie di sintomi psicosomatici (vertigini, mal di testa, tremori, tachicardia, nausea, vomito, diarrea, mal di pancia, dolori alle spalle, al torace, etc);
  • il livello di ansia può essere elevato fin dalla sera precedente ed il sonno può venire disturbato da incubi o risvegli improvvisi.

La Fobia scolastica si può ricondurre ad Ansia da Separazione o associata ad altra fobia, in particolare alla Fobia Sociale o può essere la manifestazione secondaria ad una condizione medica generale.

 

Fobia scolastica associata all’ansia di separazione: 

l’entrata a scuola rappresenta il primo vero e proprio distacco dalla famiglia e questo può generare nel bambino la paura che a lui o ai genitori possa accadere qualcosa di brutto quando si allontanano da loro.

 

Fobia scolastica associata ad altra fobia: 

ovvero una fobia specificamente correlata alla scuola o più in generale ad una fobia sociale. Questi soggetti di solito rifiutano la scuola da più grandi attuando un comportamento di evitamento più pervasivo. Tale paura potrebbe essere dovuta ad esempio ai fallimenti scolastici o alle difficoltà a relazionarsi con i coetanei. In questi casi si evidenzia una paura che fa seguito ad esperienze relazionali negative vissute realmente o interpretate come tali, oppure immaginate.

 

Fobia Scolastica come disturbo secondario ad una condizione medica generale: 

un caso particolare riguarda la fobia scolastica come disturbo secondario ad una condizione medica generale, per cui a causa di un problema medico, parzialmente invalidante (ma comunque compatibile con la vita scolastica);il ragazzo evita di andare a scuola per paura di manifestare i sintomi della malattia di fronte agli altri o per il timore (infondato) di non farcela a causa delle difficoltà di tipo fisico.

Spesso la famiglia è molto coinvolta da questo problema e sperimenta tutte le strade possibili per spingere i figli ad andare a scuola. Quando la fobia scolastica persiste e sfocia in un’evasione scolastica, la scuola può segnalare il caso ai servizi sociali.

 

Molti possono essere i fattori scatenanti delle manifestazioni tipiche della fobia scolastica tra cui:

  • il passaggio da un livello scolastico all’altro;
  • eventi di vita stressanti (come la malattia propria o di un familiare, la separazione tra i genitori o dai genitori);
  • relazioni conflittuali nella famiglia;
  • un legame problematico con uno dei genitori;
  • difficoltà con il gruppo dei pari (episodi di bullismo, ecc)o con un insegnante (ansia da prestazione);
  • il ritorno a scuola dopo una lunga interruzione o vacanza.

Il trattamento della fobia scolastica verrà valutato sulla base dell’origine del disturbo:

se l’origine è legata all’ansia da separazione l’intervento sarà analogo all’intervento previsto dal disturbo d’ansia da separazione .

Se l’origine è legata alla Fobia Sociale l’intervento sarà prevalentemente sul ragazzo con un minimo coinvolgimento dei genitori volto a offrire loro strumenti per affiancare e rinforzare il ragazzo.

Se l’origine è legata ad una condizione medica generale il lavoro sarà affrontato sia con i genitori, sia con il ragazzo e verrà coinvolto anche il personale medico per avere tutte le informazioni utili alla terapia.

Nello specifico, risulta efficace il Trattamento cognitivo-comportamentale da utilizzare (rivolto a tutti e tre i casi) con bambini che rifiutano la scuola si basa sui fattori che mantengono il problema. In generale l’intervento è individualizzato e prevede vari passi e tecniche. Tale percorso prevede il coinvolgimento dei genitori e, dove possibile, della scuola.

 

OSSERVAZIONE ATTRAVERSO L’ANALISI FUNZIONALE: attraverso schede di monitoraggio fornite ai genitori verranno individuati fattori che mantengono il problema; quindi si segnerà tutto ciò che succede prima, dopo e durante la manifestazione di momenti critici in riferimento alla scuola: questo tipo di modalità è chiamata analisi funzionale. 

A questo punto si lavorerà parallelamente sul bambino e sui genitori, per fare in modo che non cambi solo il ragazzo, ma che i genitori possano e sappiano incoraggiare e accompagnare il proprio figlio, verso la risoluzione del suo problema.

INTEREVNTO PSICOEDUCATIVO: grazie a tale intervento il bambino, i genitori, gli insegnanti e a volte anche il gruppo di pari, verrano messi al corrente del funzionamento dell’ansia e verrà quindi spiegato loro il motivo di alcune reazioni apparentemente senza senso.

TECNICHE DI ESPOSIZIONE: il ritorno a scuola può essere graduale e concordato, nei tempi e nelle modalità, con gli insegnanti e il personale scolastico. Verrà stipulato un vero e proprio contratto, pattuito con il bambino stesso, in cui si stabilirà un programma preciso per il reinserimento a scuola. Tale contratto sarà firmato dal ragazzo/a , dai genitori e dal terapeuta.

Il protocollo di intervento cognitivo- comportamentale, basato sull’Analisi Funzionale è stato utilizzato in molti lavori, l’efficacia della terapia è stata dimostrata in termini di riduzione dell’ansia, aumento del senso di autoefficacia personale e ripresa della frequenza scolastica.

Disturbo d’ansia da separazione

Durante l’infanzia, in diverse fasi del processo evolutivo l’ansia da separazione può essere di natura transitoria, in quanto ingrediente naturale del processo di crescita.

Nei bambini, la riluttanza a lasciare un genitore o un’altra persona di riferimento è il segnale che l’attaccamento tra bambino e “caregiver” è avvenuto. 

Normalmente, tali difficoltà vengono superate in modo spontaneo con lo sviluppo dei processi cognitivi e la maturazione di una maggiore sicurezza emozionale. 

In questi termini l’ansia da separazione compare a partire dalla seconda metà del primo anno di vita, raggiunge la massima intensità verso i 14-20 mesi e gradualmente diventa meno frequente e meno intensa durante l’infanzia e nel periodo prescolare. 

Diversamente è possibile essere in presenza di un disturbo d’ansia da separazione, se le manifestazioni di ansia risultano clinicamente significative, eccessive e di lunga durata.

Il bambino con Disturbo d’Ansia da Separazione mostra un’ansia eccessiva e inadeguata rispetto al livello di sviluppo raggiunto, nelle situazioni che implicano la separazione da casa o da coloro a cui il soggetto è attaccato, con esordio prima dei 18 anni.

Perché il problema possa essere definito disturbo devono essere presenti almeno 3 dei seguenti elementi:

  • Il bambino ha una sensazione di forte Malessere tutte le volte che si verifica la separazione da casa o dalle principali figure di attaccamento o persino quando pensa alla separazione.
  • Il bambino mostra una preoccupazione immotivata di perdere le principali figure di attaccamento, o che accada loro qualche cosa di pericoloso.
  • Il bambino mostra una preoccupazione infondata che succeda qualcosa che possa provocare la separazione dalle figure di attaccamento, come ad esempio perdersi o essere rapito.
  • Il bambino si rifiuta di allontanarsi da casa per la paura della separazione, ad esempio non vuole andare a scuola.
  • Il bambino manifesta forte paura o  di stare solo a casa o senza le principali figure di attaccamento, oppure più in generale senza adulti significativi.
  • Il bambino non vuole andare a dormire senza avere vicino uno dei personaggi principali di attaccamento, per cui non riesce a dormire fuori casa.
  • Il bambino fa spesso incubi sul tema della separazione.
  • Il bambino manifesta frequenti sintomi fisici, ad esempio mal di testa, dolori di stomaco, nausea o vomito ogni volta che si verifica o si prospetta il pensiero della separazione dalle principali figure di attaccamento.

I sintomi descritti durano almeno 4 settimane, e causano una sofferenza al bambino oppure una compromissione dell’area sociale, scolastica o di altre importanti aree del funzionamento psicologico.

L’Esordio viene specificato come precoce se avviene prima dei 6 anni di età.

I bambini con questo disturbo in genere provengono da famiglie molto unite; quando vengono separati dalle figure di attaccamento, possono mostrare ritiro, apatia, tristezza o difficoltà a concentrarsi nel gioco e spesso hanno bisogno di sapere dove si trovano e di mantenere contatti telefonici. 

Sono spesso intrusivi, bisognosi di attenzione costante e spesso divengono una fonte di frustrazione per i genitori e portano conflittualità. A volte sono coscienziosi, compiacenti e desiderosi di piacere.

L’ansia e l’anticipazione della separazione possono divenire evidenti nella media fanciullezza. Successivamente, gli adolescenti con questo disturbo, sebbene possano negare l’ansia riguardo alla separazione, essa può essere riflessa dalla loro limitata attività indipendente e dalla riluttanza a lasciare la casa. 

La remissione totale dell’ansia da separazione dipende dallo sviluppo di un adeguato senso di sicurezza e fiducia nelle persone che non fanno parte del nucleo familiare, nell’ambiente, e nel ritorno dei propri genitori dopo l’allontanamento.

Altri fattori che contribuiscono allo sviluppo e mantenimento nel tempo dell’ansia da separazione è come reagiscono i genitori di fronte al problema e di come cerchino di affrontarlo e risolverlo. Proprio per questo motivo i genitori vengono coinvolti attivamente nella fase di trattamento.

Il trattamento del disturbo da ansia da separazione prevede, infatti, quasi sempre il coinvolgimento dei genitori. Sotto i 10 anni, a volte, è sufficiente lavorare attraverso i genitori senza coinvolgere direttamente il bambino.

I passi da compiere per definire e raggiungere gli obiettivi sono i seguenti:

  • I genitori saranno chiamati a osservare, con osservazione strutturata, durante un periodo di almeno due settimane, le situazioni in cui il bambino manifesta il disturbo secondo il metodo cognitivo comportamentale dell’analisi funzionale, attraverso schede di monitoraggio apposite per identificare fattori scatenanti e perpetuanti del disturbo.
  • Questo tipo di intervento ha come obiettivo quello di rendere noto ai genitori e al bambino, che cosa è un disturbo d’ansia da separazione e quali sono i fattori che lo mantengono nel tempo emerse grazie all’analisi funzionale .
  • Una volta identificate le situazioni temute dal bambino verranno strutturate delle esposizioni graduali concordate con il genitore e con il bambino per affrontare le situazioni temute in modo accettabile e fronteggiabile, senza sperimentare un’intensità emotiva eccessiva.
  • Ogni volta che il bambino raggiungerà un obiettivo o riuscirà ad affrontare anche solo una piccola parte del suo percorso di autonomia, verrà lodato e rinforzato da chi gli sta accanto.
  • Tra le tecniche di rinforzo maggiormente efficaci in questi casi c’è la token ecomony, che consiste nella definizione, condivisa con il bambino, di obiettivi da raggiungere a breve, medio e lungo termine e sulla base degli obiettivi perseguiti verranno definiti anche i rispettivi premi, che permetteranno il bambino di motivarsi a superare la sua ansia.
  • Favorire situazioni in cui il bambino sperimenta l’autonomia è fondamentale per accrescere il senso di autoefficacia e di sicurezza in se stesso. E’importante quindi che il genitore impari a non sostituirsi al figlio in tutte quelle attività che per età e abilità il figlio può compiere da solo.

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